Infine, Il Mio Cuore Immacolato Trionferà!

5Dopo la morte incontriamo Cristo Giudice (non un notaio)

Il Catechismo ricorda l’urgenza di attendere alla Salvezza finché si è in terra. Oggi c’è chi dice che Dio si limiti a ratificare la nostra volontà. È verissimo che «chi pecca, danneggia se stesso» (Sir 19,4), ma il Signore nelle Sacre Scritture non è un mero notaio, bensì Giudice. Ciò, insieme all’immutabilità dopo la morte, ha delle ricadute su Inferno e Paradiso. Vediamole

Per i giorni dedicati ai Santi e ai Defunti attiro l’attenzione su alcuni punti di dottrina, problemi teologici e di linguaggio, che non sempre vengono affrontati correttamente.

DOPO LA MORTE NON SI CAMBIA

«La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è “finito l’unico corso della nostra vita terrena” (LG 48), noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte» (CCC 1013).

Possiamo accettare le affermazioni del Catechismo, ma non è semplice immaginare l’immutabilità dopo la morte, dal momento che questa vita, dalla politica agli affetti, è caratterizzata dalla mutabilità e, per quanto riguarda il nostro mondo interiore, è possibile cambiare sempre.

I teologi hanno provato a rendere ragione di questa immutabilità ed è interessante un’elaborazione di san Tommaso d’Aquino nella Summa contra Gentiles (IV,XCV, nn. 4272-4280), dove spiega che ognuno desidera la felicità, ma, che poi la collochi in una cosa o in un’altra, dipende da una “disposizione” che può essere una passione passeggera o una disposizione stabile (virtù o vizio), in ogni caso prodotta tramite il corpo, sia pure sotto l’influsso di facoltà superiori come l’intelletto e la volontà. Senza il corpo l’anima non può cambiare orientamento, ma solo “riposarsi” nell’orientamento nel quale si trova (sed ut in fine adepto quiescat).

Dal che si evince l’urgenza di attendere alla salvezza e di formarsi delle buone abitudini finché si è nel corpo. Ma anche si può verificare quanto sia infondata la critica alla teologia e al linguaggio tradizionale di non tenere conto dell’unità dell’uomo quando si distingue anima e corpo: se ne tiene talmente conto sino ad arrivare a dire che senza il corpo l’anima si trova in difficoltà a posizionarsi nei riguardi di Dio!

DIO NON SI LIMITA A FARE IL NOTAIO

Il notaio assicura l’autenticità e la correttezza giuridica di certi atti che le persone emettono (compravendite, testamenti, donazioni, costituzione di associazioni ecc.), ma non emette una sentenza e semplicemente prende atto della volontà delle parti in causa.

Dio farà così nel momento in cui ci presenteremo a Lui uscendo da questa vita, cioè si limiterà a ratificare la nostra volontà? Qualcuno tende a dirlo, ma la realtà sembra diversa. Tutti infatti dovremo «comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10). “Comparire in tribunale” presuppone un atto giudicante da parte di Cristo e una sentenza di assoluzione o di condanna. San Tommaso d’Aquino, commentando 2Cor 5,10, spiega che nel giudizio ci saranno due atti: la valutazione dei meriti e l’emissione di una sentenza. E non professiamo ogni domenica nel Credo che Gesù Cristo «verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti»?

D’altra parte, tale è il linguaggio di altri passi del Nuovo Testamento che presentano Cristo/Dio Giudice e non notaio: il Figlio dell’uomo sta per venire con i suoi angeli «e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16,27) e non si limiterà a prendere atto delle nostre scelte; ci sarà il «giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che (…); ira e sdegno contro coloro che (…)» (Rm 2,5-8); infine: «Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere» (Ap 22,12).

Dio che non si limita a fare il notaio e l’immutabilità dopo la morte hanno qualche ricaduta sul Paradiso e sull’Inferno. Vediamole.

IL PARADISO È “ANCHE” UN PREMIO DEI MERITI

«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (1Cor 2,9). Per l’apostolo Paolo “quelle cose” sono già le ricchezze dell’attuale vita cristiana, ma la tradizione le ha intese soprattutto per la beatitudine del Paradiso, dove Dio «asciugherà ogni lacrima» dagli occhi degli eletti «e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno» (Ap 21,4), dove «vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello» e i suoi servi «vedranno il suo volto» e non avranno più bisogno del sole «perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,3-5).

Non saranno però gli eletti a occupare direttamente la Gerusalemme del cielo, ma vi saranno introdotti, come si evince dalla conclusione positiva della parabola dei talenti: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21.23). Cioè Dio non si limiterà a fare il notaio, anche perché il premio della beatitudine sorpassa il semplice conto dei meriti.

Ma – ecco l’altra faccia della medaglia – i meriti ci sono e il Paradiso va anche “guadagnato”. Il Concilio di Trento insegna che Cristo ci salva non per nostri meriti precedenti, ma poi il dono ricevuto diventa anche «merito di colui che è giustificato» e questi «con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (…), merita realmente l’aumento della grazia e la vita eterna» (D 1582) «come ricompensa» (D 1545).

Se le buone opere sono dono di Dio, non è detto che psicologicamente si avverta la mozione divina, per cui sono in tutto opere nostre e dunque la vita cristiana è anche una santa battaglia, una milizia, una pianificazione virtuosa per arrivare in Paradiso: «L’atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole» (2Tm 2,5).

Oggi tutto ciò è sbeffeggiato con un “dentro tutti (al Paradiso)” in nome della misericordia, della gratuità divina, delle riserve sulla (buona) meritocrazia umana sempre più sottovalutata a cominciare dalla pedagogia. Invece il Concilio di Trento insegna che si può addirittura cominciare dalla «paura dell’Inferno, grazie alla quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio e ci asteniamo dal male» (D 1558) e da qui essere ammessi in Paradiso.

L’INFERNO È “ANCHE” CONSEGUENZA DI UNA SENTENZA DIVINA

Per salvare Dio dalla brutta figura di Colui che punisce e che manda all’Inferno, si dice che siamo noi a punirci con i nostri peccati e che il castigo finale da parte di Dio non sarà altro che un prendere atto della nostra perversa e ostinata decisione. Ma è vero?

Sì, è verissimo: «Chi pecca, danneggia se stesso» (Sir 19,4), «chi pecca contro di me [contro la Sapienza, contro Dio] fa male a se stesso, quanti mi odiano amano la morte» (Pr 8,36). Il peccato produce un male (tristezza, vita sprecata, relazioni distruttive ecc.) che è già una punizione senza che intervenga qualcun altro a punire. La Chiesa ha sempre insegnato questo soprattutto in riferimento all’ultimo disastro della vita umana che è l’Inferno. Dio vuole «che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4) e «non predestina nessuno ad andare all’inferno» (CCC 1037); quanti ci vanno, ci vanno perché si sono fatti da se stessi vasi d’ira per la perdizione (cfr. Rm 9,22) «grazie a una decisione della loro volontà» (Pelagio I, Lettera al Re Childeberto del 3 febbraio 557: D 443). Per l’attuale CCC l’Inferno è «auto-esclusione» da Dio e dai fratelli, definitiva «avversione volontaria a Dio» (nn. 1033, 1037).

Ciò affermato a nostra consolazione, bisogna riconoscere che il mistero è più profondo e in questo caso Dio non fa il notaio. Secondo il NT, Gesù Cristo è giudice ed è attivo nel separare, nel giudicare, nell’allontanare da Sé: gli angeli da Lui mandati «separeranno i cattivi dai buoni», «raccoglieranno» i cattivi, «li getteranno nella fornace ardente» (Mt 13,41-42.49-50) e dunque non saranno solo i cattivi a “posizionarsi” di fronte agli angeli che stanno a guardare; il Figlio dell’uomo «separerà gli uni dagli altri» (Mt 25,32), dirà «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno» (Mt 25,41; cfr. anche 7,23).

Ciò è tanto vero che il Vaticano II raccomanda di vegliare perché «non ci venga comandato (…) di andare al fuoco eterno (cfr. Mt 25,41) (neque… iubeamur discedere in ignem aeternum)» (LG 48: EV 1/418). “Non ci venga comandato di andare”: questo linguaggio è possibile perché la realtà comporta i due aspetti: la nostra autodeterminazione e una sentenza divina, aspetti da tenere insieme evitando di eliminarne uno che è scomodo, cioè la sentenza divina.

Ma la sentenza divina è disdicevole per Dio solo se la si pensa in termini umani, in relazione ai quali comporta due differenze che la rendono più che accettabile. Anzitutto il giudizio di Dio, oltre ad essere assolutamente giusto, è in sintonia con la scelta della persona giudicata, che vuole allontanarsi da Lui. Quasi mai nelle sentenze umane di condanna c’è questa identità di analisi e di volere tra il giudice e l’imputato.

In secondo luogo il giudizio di Dio non ha nulla di vendicativo in senso umano, come nel caso di un giudice che inquisisce imputati da una sola parte – le leggi con i nemici si applicano e con gli amici si interpretano (Giolitti) – o che lascia il sopravvento ad «altre forze negative, quali il rancore, l’odio e perfino la crudeltà. In tal caso, la brama di annientare il nemico, di limitare la sua libertà, o addirittura di imporgli una dipendenza totale, diventa il motivo fondamentale dell’azione» (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, n. 12).

Con queste precisazioni e tenendo insieme le due prospettive, i testi del NT stanno in piedi, altrimenti bisognerebbe snervarli del loro vigore. E Cristo, invece di dire: “Allontanatevi da me, andate nel fuoco eterno”, dovrebbe dire: “Adesso fate pure quello che avete deciso”…

Mi resta un dubbio. Il giugno scorso la commissione dottrinale della CEI ha espresso una valutazione sul Covid, precisando che quanti hanno parlato di castighi di Dio «non pensano secondo il Dio della Bibbia»: non è che il sottoscritto continua a pensare non secondo il Dio della Bibbia? E mi sorge ancora un altro dubbio: ma il Dio dei teologi della CEI esiste veramente?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Vedi anche: Dopo la Morte Gesù è Giudice e non un notaio o un compagnone de merenda!!

Apparecchio alla Morte di sant’Alfonso Maria de Liguori.

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Pubblicato da gianluca05

Pace: l’altra condizione della Madonna di Julio Loredo Da quando Papa Francesco ha annunciato che consacrerà la Russia (e l’Ucraina) al Cuore Immacolato di Maria, insieme a tutti i vescovi del mondo – ai quali ha rivolto un preciso appello in questo senso – tutto il mondo cattolico vive nell’attesa di questo storico evento. C’è chi, mosso da spirito pio, vede nel gesto pontificio una soluzione definitiva che metterà fine alla guerra, porterà alla conversione della Russia e al risanamento morale del mondo moderno. Altri, invece, mossi da spirito critico, vi segnalano possibili omissioni e contraddizioni. In ogni caso, bisogna rimarcare come l’annuncio di Papa Francesco – mettendo Fatima al centro degli avvenimenti contemporanei – abbia toccato una fibra profonda nell’opinione pubblica mondiale. L’atto di Francesco si collega a una precisa richiesta fatta dalla Madonna a Fatima nel 1917. Parlando ai pastorelli, la Madonna volle parlare al mondo intero, esortando tutti gli uomini alla preghiera, alla penitenza, all’emendazione della vita. In modo speciale, Ella parlò al Papa e alla sacra Gerarchia, chiedendo loro la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato. Queste richieste, la Madre di Dio le fece di fronte alla situazione religiosa in cui si trovava il mondo intero all’epoca delle apparizioni. La Madonna indicò tale situazione come estremamente pericolosa. L’empietà e l’impurità avevano a tale punto preso possesso della terra, che per punire gli uomini sarebbe esplosa quella autentica ecatombe che fu la Grande Guerra 1914-1918. Questa conflagrazione sarebbe terminata rapidamente, e i peccatori avrebbero avuto il tempo di emendarsi, secondo il richiamo fatto a Fatima. Se questo richiamo fosse stato ascoltato, l’umanità avrebbe conosciuto la pace. Nel caso non fosse stato ascoltato, sarebbe venuta un’altra guerra ancora più terribile. E, nel caso che il mondo fosse rimasto sordo alla voce della sua Regina, una suprema ecatombe, di origine ideologica e di portata universale, implicante una grave persecuzione religiosa, avrebbe afflitto tutti gli uomini, portando con sé grandi prove per i cattolici: “La Russia diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa (...) I buoni saranno martirizzati. Il Santo Padre dovrà soffrire molto”. “Per impedire tutto questo – continua la Madonna – verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace”. Dopo un periodo di estrema tribolazione e di terribili castighi “come non si sono mai visti” (santa Giacinta di Fatima), la Madonna promette il trionfo finale: “Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace”. Ancor oggi gli esperti discutono sulla validità o meno delle varie consacrazioni fatte da Pio XII e da Giovanni Paolo II. La Madonna aveva posto tre condizioni: che la consacrazione fosse fatta dal Sommo Pontefice, che menzionasse la Russia, e che fosse fatta in unione con tutti i vescovi del mondo. In un modo o nell’altro, a tutte le consacrazioni – 1942, 1952, 1982, 1984 – mancava almeno una di delle condizioni. Dopo aver affermato perentoriamente che la consacrazione del 1984, fatta da Giovanni Paolo II, non era valida, la veggente suor Lucia aveva cambiato opinione, attestando invece la sua conformità a quanto richiesto dalla Madonna. Questa è la posizione più diffusa negli ambienti della Chiesa e fra i fedeli in generale. Non vogliamo entrare in un tema tanto complesso. Facciamo però notare che, alla Cova da Iria, la Madonna indicò due condizioni, entrambe indispensabili, perché si allontanassero i castighi con cui ci minacciava. Una di queste condizioni era la consacrazione. Supponiamo che sia stata fatta nel modo richiesto dalla santissima Vergine. Rimane la seconda condizione: la divulgazione della pratica della comunione riparatrice dei primi cinque sabati del mese. Ci sembra evidente che questa devozione non si è propagata fino a oggi nel mondo cattolico nella misura desiderata dalla Madre di Dio. E vi è ancora un’altra condizione, implicita nel messaggio ma anch’essa indispensabile: è la vittoria del mondo sulle mille forme di empietà e di impurità che oggi, molto più che nel 1917, lo stanno dominando. Tutto indica che questa vittoria non è stata ottenuta, e, al contrario, che in questa materia ci avviciniamo sempre più al parossismo. Così, un mutamento di indirizzo dell’umanità sta diventando sempre più improbabile. E, nella misura in cui avanziamo verso questo parossismo, diventa più probabile che avanziamo verso la realizzazione dei castighi. A questo punto bisogna fare una osservazione, e cioè che, se non si vedessero le cose in questo modo, il messaggio di Fatima sarebbe assurdo. Infatti, se la Madonna affermò nel 1917 che i peccati del mondo erano giunti a un tale livello da richiedere il castigo di Dio, non parrebbe logico che questi peccati siano continuati ad aumentare per più di mezzo secolo, che il mondo si sia rifiutato ostinatamente e fino alla fine di prestare ascolto a quanto gli fu detto a Fatima, e che il castigo non arrivi. Sarebbe come se Ninive non avesse fatto penitenza e, nonostante tutto, le minacce del profeta non si fossero realizzate. Per di più, la stessa consacrazione richiesta dalla Madonna non avrebbe l’effetto di allontanare il castigo se il genere umano dovesse restare sempre più attaccato alla empietà e al peccato. Infatti, fintanto che le cose staranno così, la consacrazione avrà qualcosa di incompleto. Insomma, siccome non si è operato nel mondo l’enorme trasformazione spirituale richiesta alla Cova da Iria, stiamo sempre più avanzando verso l’abisso. E, nella misura in cui avanziamo, tale trasformazione sta diventando sempre più improbabile. Applaudiamo l’atto di Papa Francesco e ci sommiamo toto corde a esso se seguirà i requisiti posti dalla Madonna a Fatima. Tuttavia, finché a questo atto non seguirà una vera e propria crociata spirituale contro l’immoralità dilagante – aborto, omosessualità, LGBT, mode indecenti, pornografia, gender e via dicendo – la semplice consacrazione della Russia – per quanto gradita alla Divina Provvidenza – non allontanerà il castigo. Mi sia permesso di sollevare un’altra perplessità, e non di piccolo peso. A Fatima la Madonna indicò, come l’elemento allora più dinamico del processo rivoluzionario che portava l’umanità verso l’abisso, gli “errori della Russia”, ossia il comunismo, che proprio nell’Unione Sovietica trovò la sua sede e fuoco di espansione. Non ci sarà una vera conversione finché questa ideologia non sarà rigettata in ogni sua manifestazione. Ora, proprio in questo campo il pontificato di Papa Francesco si è contraddistinto per la sua prossimità all’estrema sinistra: dalla vicinanza alla dittatura cubana, al sostegno ai “movimenti popolari” latinoamericani di matrice marxista, senza dimenticare i contatti col patriarca Kiryll, che della dittatura sovietica fu fedele servitore e propagandista. Anche qui, salvo miglior giudizio, ci sembra che, finché all’atto di venerdì a San Pietro non seguirà una vera e propria crociata spirituale contro il comunismo e i suoi epigoni, la sola consacrazione della Russia non fungerà da toccasana per risparmiare una catastrofe alla civiltà contemporanea. Fonte: TFP - Tradizione Famiglia Proprietà -

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