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3Vescovo Vital: modello per i nostri tempi

Vescovo Vital: modello per i nostri tempi

In un articolo commemorativo del centenario della nascita del vescovo Vital Maria Gonçalves de Oliveira (1844-1878), comunemente noto come Dom Vital, il professor Plinio Corrêa de Oliveira esalta le virtù di questo prelato che resistette alle autorità secolari del suo tempo.

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In generale, i brasiliani hanno un’idea confusa di chi fosse il vescovo Vital Maria Gonçalves de Oliveira.

Sappiamo che fu un vescovo di raro valore, che affrontò grandi pericoli per vincere i nemici giurati della Chiesa cattolica. Il valore in difesa del bene e della verità, però, non è una virtù popolare. Se ci fossero santini e immagini di Dom Vital che bacia bambini, sorride alle moltitudini, dà benedizioni e distribuisce elemosine (tutti atteggiamenti propri di un vescovo), si crogiolerebbe in popolarità.

Invece, la sua foto [ clicca qui per ingrandire ] raffigura un giovane Dom Vital dai lineamenti piacevoli ma forti: la sua fronte ampia e alta ritrae l’audacia; il suo sguardo profondo e serio brilla di intelligenza e forza; porta una barba virile, nera e lunga; il suo portamento è nobile ed energico.

Ha l’aria di un combattente, di un miles Christi (soldato di Cristo). La foto sembra catturare il momento in cui era seduto sul banco della difesa, maestoso come se fosse nel suo palazzo, con lo sguardo sereno e penetrante fisso sui giudici confusi e indecisi. Se è vero che “i cristiani dovrebbero essere altri Cristi”, allora, a maggior ragione, “i vescovi dovrebbero essere altri Cristi”.

Plinio Correa de Oliveira
Prof. Plinio Corrêa de Oliveira

L’adorabile profilo morale di Nostro Signore Gesù Cristo manifesta l’intero spettro della virtù, dall’ineffabile tenerezza con cui disse “lasciate che i bambini vengano a Me” alla terrificante maestà che gettò a terra i Suoi nemici quando pronunciò le parole “ Io sono Lui” nell’Orto degli Ulivi. Allo stesso modo, anche il profilo morale di un vescovo della Chiesa cattolica dovrebbe comprendere tutti gli aspetti della virtù, dalla tenerezza alla severità pastorale.

Nostro Signore concede però a ciascuno di noi la grazia di illustrare la Chiesa riflettendo un aspetto spirituale particolare. Ad esempio, chiama alcuni a edificare il cristianesimo con lo splendore della loro tenerezza, come san Francesco di Sales. Chiama gli altri a difendere il cristianesimo con la loro combattività e la loro forza, come fecero Papa San Gregorio VII e Dom Vital.

Il cuore di quest’ultimo era traboccante di tenerezza e gentilezza. Fu proprio questa gentilezza che lo spinse ad elevarsi come un gigante, mettendo in gioco tutto ciò che possedeva: la vita, la salute, la tranquillità, la reputazione, perdendo amici intimi e guadagnandosi infiniti nemici, tutto per difendere le anime che venivano trascinate all’inferno. dai nemici della Chiesa. Ci sono momenti in cui l’autentica e genuina tenerezza pastorale impone di imitare Giobbe: «Ho rotto le mascelle dell’empio e dai suoi denti ho strappato la preda» (Gb 29,17).

Giobbe si vanta anche: “Avevo liberato il povero che gridava; e l’orfano che non aveva aiuto” (Giobbe 29:12). Quando Dom Vital fu nominato alla sede arcivescovile di Olinda, molte furono le vittime innocenti che furono prese “nelle fauci dell’uomo malvagio” e numerosi furono i “poveri che gridavano e gli orfani che non avevano aiuto”.

Se Dom Vital avesse scomunicato uomini che avevano causato danni materiali a vedove e orfani, sarebbe stato applaudito da tutto il Paese e tutti avrebbero riconosciuto che la sua giusta severità era ispirata dalla carità.

I nemici della Chiesa causano però danni morali, non materiali. Viviamo in un’era materialistica che riconosce come male solo ciò che danneggia il corpo. Erano proprio le anime spirituali e immortali, redenti dal Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, che andavano perdendosi ogni giorno. La perdita di una sola di queste anime sarebbe un disastro molto peggiore che se il sole si spegnesse, se la Terra si schiantasse contro la luna o se l’intera città di Recife sparisse sotto l’oceano. Allo stesso modo, sarebbe stato incomparabilmente peggio se Dom Vital avesse chiuso gli occhi di fronte a questa tragedia spirituale piuttosto che se si fosse rinchiuso nel comfort del suo palazzo per proteggere le sue orecchie dalle grida delle vedove e degli orfani indigenti. Fu per compiere il suo dovere di carità pastorale – di carità spirituale – che Dom Vital rimase alto e fermo.

Non esistono simboli emotivi e materiali per questo tipo di beneficenza. Ci si può commuovere davanti a un dipinto raffigurante qualcuno che distribuisce il pane ai poveri, ma non molti si commuoveranno davanti a un dipinto raffigurante qualcuno nell’atto di “rompere le mascelle del malvagio”, con la mascella lussata e i denti sparsi a terra sangue che gocciola. È facile comprendere quanto sia nobile, giusta, cristiana e lodevole l’elemosina: non è necessaria alcuna spiegazione.

Richiede però una lunga riflessione per capire quando sia cosa buona e degna di lode immischiarsi con “la mascella dell’uomo malvagio”. Se c’è una cosa che l’uomo moderno detesta più della riflessione, è la lunga riflessione su una questione. Non sorprende, quindi, che la persona media oggi non riesca sempre più a cogliere il significato di atti di carità come quelli praticati da Dom Vital. Qui sta, a mio avviso, l’aspetto più provvidenziale della missione di Dom Vital.

Con il suo esempio, Dom Vital ci insegna che l’anima vale più del corpo; quindi dobbiamo fare di più per difendere l’anima di quanto faremmo per difendere il corpo. Ci insegna anche che, mentre tutti i veri cristiani dovrebbero preferire l’armonia alla discordia, la mitezza alla combattività e la conciliazione al conflitto, tuttavia ci sono circostanze in cui è nostro dovere causare discordia, dove il conflitto è inevitabile e dove la combattività è un requisito morale.

L’anima umana è così preziosa che per difenderla bisogna impiegare ogni valore, ogni energia e ogni mezzo lecito di resistenza. Quando si tratta di compiere il nostro dovere, dobbiamo andare agli estremi, proprio come ha fatto Nostro Signore; Non ha mai gettato da parte la Sua Croce; anzi lo portò in cima al Calvario dove poi si sdraiò e si lasciò inchiodare e sul quale morì, tutto perché voleva fare il suo dovere: obbedire alla volontà di suo Padre.

L’articolo precedente è stato originariamente pubblicato su Il Legionário, l’8 giugno 1944. È stato tradotto e adattato per la pubblicazione senza la sua revisione. –Ed.

Plinio Corrêa de Oliveira 20 gennaio 2012

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