Infine, Il Mio Cuore Immacolato Trionferà!

3Una deformazione romantica della carità: “Il buon cuore”

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Trionfale ingresso di Giovanna d’Arco ad Orléans


Plinio Corrêa de Oliveira solleva una questione spinosa e più attuale che mai: odiare è peccato? Si, no? Perché? Senza indietreggiare dinanzi al “politicamente incorretto”, svolge a fondo l’argomento e dissipa la spaventosa confusione di idee che esiste a questo proposito.

Odiare è peccato? Si, no? Perché? Se qualcuno si incaricasse di fare tra i cattolici un’inchiesta a riguardo, raccoglierebbe risposte molto strane, rivelando di solito una spaventosa confusione di idee, una fondamentale illogicità.

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Per molta gente, ancora intossicata da resti di romanticismo ereditato dal secolo XIX, l’odio  non è solo un peccato, ma è il peccato per eccellenza. La definizione romantica dell’uomo cattivo è di colui che ha odio nel cuore. In senso contrario, la virtù per eccellenza è la bontà, e perciò tutti i peccati hanno una loro attenuante se commessi da una persona di “buon cuore”. Si sente con frequenza questa frase: “povero X, ha avuto la debolezza di ‘sposarsi’ in Uruguay, ma in fondo è una persona molto buona, ha un ottimo cuore”. Oppure: “povero Y, ha lasciato che rubassero nel suo reparto, ma è stato per un eccesso di bontà: non sa dire di no, a nessuno”.

Che cos’è dunque una persona di “buon cuore”? Ovviamente, inizia col non essere un cuore propriamente detto, ma uno stato d’animo. Ha “buon cuore” chi prova in se stesso, molto spiccatamente, ciò che soffrono gli altri. E che, appunto perciò, non fa mai soffrire nessuno. È per “buon cuore” che una persona può lasciare sistematicamente impuni le cattive azioni dei propri figli, permettere che l’anarchia invada la classe in cui insegna, o gli operai che dirige. Un rimprovero farebbe soffrire, e a ciò non si decide l’uomo di “buon cuore”, che lui stesso soffre troppo nel far soffrire gli altri.


Il “buon cuore”, sacrifica tutto a questo obbiettivo essenziale, di risparmiare la sofferenza. Se vede qualcuno lagnarsi del rigore dei Dieci Comandamenti, pensa subito ad certe riforme, attenuazioni od interpretazioni accomodanti. Se vede qualcuno soffrire di invidia perché non è nobile, o milionario, pensa subito alla democratizzazione. Se giudice, la sua “bontà” lo porterà a cavillare con la legge per ritenere impuni certi crimini. Da commissario di polizia, chiuderà gli occhi a certi fatti che il suo dovere gli imporrebbe di reprimere. Come direttore di una prigione, vorrà trattare il condannato come una vittima innocente dei difetti dell’epoca e dell’ambiente; e, di conseguenza, instaurerà un regime penale che trasformerà la casa di correzione in un punto di incontro di tutti i vizi, in cui la libera comunicazione tra i carcerati esporrà ognuno al contagio di tutti i virus che ancora non ha. Se professore, promuoverà in modo assonnato e bonario gli alunni che meriterebbero al massimo un 2 o un 3. In qualità di legislatore, sarà sistematicamente propenso a tutte le riduzioni di ore di lavoro e a tutti gli aumenti di salario. Nella politica internazionale, sarà a favore di tutte le capitolazioni imprevidenti, pigre e semplificanti purché, senza l’uso dell’energia, si salvi la pace per qualche giorno ancora.

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Soggiacente a tutti questi atteggiamenti, si trova l’idea che nel mondo esiste un solo male, cioè il dolore fisico o morale: di conseguenza, il bene è tutto ciò che tende ad evitare o a sopprimere la sofferenza, e il male è ciò che tende a produrla o aggravarla. Il “buon cuore” ha una forma speciale di sensibilità, per cui si commuove alla vista di qualsiasi sofferenza, e difende qualsiasi individuo che soffre, come se fosse vittima di una ingiusta aggressione. All’interno di questo concetto, “amare il prossimo” è non volere che egli soffra. Far soffrire il prossimo equivale sempre e necessariamente a portargli odio.

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Da ciò ne consegue per l’uomo di “buon cuore” una psicologia molto speciale. Tutti coloro che hanno zelo per l’ordine, per la gerarchia, per l’integrità dei principi, per la difesa dei buoni contro gli attacchi del male, sono crudeli, perché con la loro energia “fanno soffrire” i “poveri disgraziati” che “hanno avuto la debolezza” di cadere per qualche scivolone.

E se per tutti i peccatori della terra l’uomo di “buon cuore” manifesta tolleranza, è molto probabile che abbia odio verso l’uomo di “cattivo cuore” che “fa soffrire gli altri”.

Questi sono i lineamenti generali con i quali si può sintetizzare uno stato d’animo molto frequente. È chiaro che abbiamo mirato a un caso in tesi. Grazie a Dio, solo un  numero relativamente ridotto di persone arriva a questi estremi in tutti i campi. Ma è frequente incontrare gente che in diversi punti agisce interamente così.

E costituiscono una moltitudine le persone in cui si può riconoscere perlomeno alcuni indizi di questo stato d’animo. Anche qui, certi esempi sono illuminanti. Per mostrare quanto questo male è radicato nel brasiliano, scegliamo quegli esempi nei modi di parlare e di sentire comunemente riscontrabili tra i cattolici.

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Affinché si capisca bene che cosa c’è di errato negli esempi che daremo, iniziamo ricordando rapidamente quale é su questo argomento l’autentica dottrina cattolica.

Per la Chiesa, il grande male in questo mondo non è la sofferenza, ma il peccato. E il grande bene non consiste nell’avere una buona salute, una tavola abbondante, un sonno tranquillo, il godere onori, il lavorare poco, ma nel fare la volontà di Dio. La sofferenza è certamente un male. Ma questo male può in molti casi trasformarsi in bene, in mezzo di espiazione, di formazione, di progresso spirituale. La Chiesa è Madre, la più tenera, la più sollecita, la più tenera delle madri. Di lei si può dire, come della Madonna, che è Mater Amabilis, Mater Admirabilis, Mater Misericordiae.   Quindi, ha sempre cercato, cerca ancor oggi e sino alla fine dei secoli cercherà quanto possibile di allontanare dai suoi figli e da tutti gli uomini, qualsiasi dolore inutile.


Tuttavia mai smetterà di imporre loro il dolore, nella misura in cui la richiedono la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Ella ha esatto dai martiri di tutti i secoli che accettassero i tormenti più atroci, chiese ai crociati che abbandonassero il conforto della loro casa per affrontare mille fatiche, combattimenti senza fine e la propria morte in terra straniera. E ancora oggi chiede ai missionari che si espongano a tutti i rischi, a tutte le fatiche, nei luoghi più inospitali e lontani. A tutti i fedeli, chiede una lotta incessante contro le passioni, uno sforzo interiore continuo per reprimere tutto quanto è male. Ebbene, tutto ciò suppone sofferenze talmente grandi, che la Chiesa le considera insopportabili per l’umana debolezza, al punto di insegnare che, senza la grazia di Dio, nessuno può praticare nella sua totalità e durevolmente, i Comandamenti.


Tutte queste sofferenze, la Chiesa, certamente le impone con prudenza e bontà, ma senza vacillamento, né rimorso, né debolezza. E questo, non malgrado sia una buona madre, ma appunto perché lo é. La madre che sentisse rimorso, vacillasse o cedesse nell’obbligare il figlio a studiare, a sottomettersi a cure mediche penose ma necessarie, ad accettare delle meritate punizioni, non sarebbe una buona madre.


Questo comportamento, la Chiesa lo aspetta anche dai suoi figli, non solo nei confronti di sé stessi, ma anche del prossimo. È giusto che ci dispensiamo dei dolori inutili ed evitabili. Dobbiamo avere per il prossimo un cuore misericordioso, addolorandoci delle sue sofferenze e non risparmiando sforzi per alleviarli. Tuttavia, dobbiamo amare la mortificazione, dobbiamo castigare coraggiosamente il nostro corpo e, principalmente, combattere con tenacia, chiaroveggenza e meticolosità i difetti della nostra anima. E siccome l’amore per il prossimo ci porta a desiderargli lo stesso che desideriamo per noi, non dobbiamo esitare nell’aiutarlo a soffrire, purché sia necessario alla sua santificazione.

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Quindi, nell’applicazione di questi principi è facile segnalare molti deviamenti causati dal concetto romantico del “buon cuore”.


È “buon cuore” avere una certa condiscendenza verso le forme celate di divorzio, per compassione dei coniugi; essere a favore dell’abolizione dei voti religiosi e del celibato sacerdotale, per commiserazione delle persone consacrate a Dio; considerare con lassismo i problemi riferenti alla limitazione della prole per pietà della mamma, ecc. ecc.  


In altri campi il “buon cuore” consiste nell’essere contro le polemiche ancorché giuste e temperanti, contro l’Index [Indice dei libri proibiti], contro il Santo Uffizio [Congregazione per la Dottrina della Fede], contro l’Inquisizione (anche senza gli abusi a cui diede occasione in alcuni luoghi),  contro le Crociate, perché tutto ciò fa soffrire. In altri ambiti ancora, il “buon cuore” consiste nel non parlare del demonio, ne dell’inferno o del purgatorio; nel non avvisare gli ammalati che sono prossimi alla morte, e non dire ai peccatori la gravità del loro stato morale, non parlargli di mortificazione, ne di penitenza, ne di emenda, perché pure questo fa soffrire. Ci è già capitato di vedere un educatore cattolico manifestarsi contro i premi scolastici perché farebbero soffrire gli alunni fannulloni! Come abbiamo anche già visto associazioni religiose che tollerano nel loro interno elementi pericolosi per gli associati e disedificanti per il pubblico, perché l’espulsione di questi elementi li farebbe soffrire. Parlare contro le mode e i balli immorali, promuovere una censura cinematografica senza lassismo, tutto ciò in ultima analisi sembra privo di carità, appunto perché “fa soffrire”. Su questo, siamo venuti a conoscenza di qualcuno che sconsigliava una campagna contro i giornali immorali perché una iniziativa del genere “farebbe soffrire” gli editori le cui anime bisogna salvare!


Abbiamo fatto tutta questa lunga digressione per focalizzare meglio il problema che sin dall’inizio formulavamo: per il “buon cuore”, ogni odio è necessariamente un peccato. Si può fare una simile affermazione alla luce della dottrina cattolica? Pensando al pericoloso furore della valanga dei “buoni di cuore” di cui il Brasile è colmo, quasi non osiamo formulare questa domanda. E certamente non risponderemo a nome nostro. Ma parleremo mediante la grande ed autorizzata voce di S. Tommaso. È quel che faremo nel prossimo articolo.


Plinio Corrêa de Oliveira


(Rivista “Catolicismo, Ottobre 1953)

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Giovanna d’Arco è un esempio tipico di virtù eroica, praticata, non solo con atti di lode e di applausi, ma anche di collera e reazione.
Modello di combattività cristiana, lei fece,con ammirevoli risposte nell’iniquo processo che subì,l’apologia della virtù in quanto applicata nel combattere e stroncare il male.
Quindi, quando i giudici le chiesero de Santa Caterina e Santa Margherita odiassero gli inglesi, Giovanna d’Arco rispose: “Loro amano ciò che Nostro Signore ama e odiano ciò che Dio odia”.– “Dio odia gli inglesi?” – continuarono i giudici. –“Dell’amore o dell’odio che Dio ha per gli inglesi, non so nulla”,rispose la Santa;”quello che so perfettamente, è che tutti loro saranno espulsi dalla Francia,  tranne coloro che qui moriranno”.

Le vignette:
Un leone rampante, simbolo araldico della combattività, marcato con un antico tau, che nella visione di Ezechiele (Ez. 9,4) è il segno di coloro che non sanno sorridere all’iniquità dei loro fratelli. Le iscrizioni riproducono alcuni dei tanti ed infuocati richiami contro gli operatori del male, riscontrabili nell’Antico Testamento.


Inimicitias ponam: porrò inimicizie…tra la tua discendenza e quella della Donna (Genesi, 3.15)


Scribae et pharisaei hypocritae: scribi e farisei ipocriti (Mat. 23.33)


Serpentes, genimina viperarum: serpenti, razza di vipere (Mat. 23.33)


Pleni hypocrisi et iniquitate: siete pieni di ipocrisia ed iniquità (Mat. 23.28)

Vedi anche

Le radici panteistiche del buonismo

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