Infine, Il Mio Cuore Immacolato Trionferà!

2Un Dio così piccolo, eppure infinito; Infinito, eppure così piccolo!

Un Dio così piccolo, eppure infinito;  Infinito, eppure così piccolo

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”.

Così il Vangelo di San Giovanni (1,14) annuncia il momento ineffabilmente grande in cui il Figlio di Dio «dimorò in mezzo a noi» per manifestare la sua gloria.

Eppure, quanto discreto, quanto umile, quanto nascosto è stato questo primo passo compiuto dal Re dell’universo lungo il suo cammino di sofferenza, lotta e trionfo!

Meditiamo la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo con il Vangelo di San Luca (2,1-7).

E avvenne che in quei giorni uscì un decreto di Cesare Augusto secondo cui si doveva censire tutta la terra. Questa registrazione fu fatta per la prima volta da Cirino, governatore della Siria.

E tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazaret, in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e della famiglia di Davide, per farsi registrare insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

E avvenne che quando furono lì, i suoi giorni furono compiuti, e lei sarebbe stata liberata. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Immaginiamo una povera coppia di sposi, vestita con semplicità e diretta a Betlemme, che attraversa l’arida campagna della Terra Santa, aridità alleviata solo da pochi ruscelli e uliveti. Maria viaggia seduta su un asinello, mentre Giuseppe procede a piedi meditando sulle parole dell’angelo che gli rivelò il carattere miracoloso della gravidanza della sua vergine sposa.

Quando raggiungono Betlemme, cade la notte invernale. Ma nessuno li accoglie, «perché non c’era posto per loro nell’albergo».

È per loro che non c’è posto, visto che non hanno prestigio? Il prestigio viene comunemente, soprattutto in tempi decadenti, dal denaro e dalle concessioni ai vizi del tempo e allo spirito del “mondo” (spirito inteso nel senso che gli danno i Vangeli). Ma questa santa coppia è povera e dotata di uno spirito altamente religioso – virtù che i “mondani” trovano particolarmente detestabili.

Tuttavia San Giuseppe e la Madonna discendono dalla più alta stirpe di Betlemme di Giudea. San Giuseppe è un principe della Casa di Davide, e anche la Madonna discende dai re di Giudea.

Tuttavia, il Popolo eletto è così decadente che ai suoi occhi San Giuseppe non è altro che un povero falegname, mentre la Madonna, sua cugina relativamente benestante, ha scelto di condividere la sua povertà.

Cosa fanno a Betlemme?

Obbediscono al decreto dell’imperatore romano Cesare Augusto, il quale, certamente per vanità, aveva ordinato un censimento per accertare quanti fossero soggetti al suo potere.

Il Principe della Casa di Davide, nel recarsi nella città natale, manifesta la gloria dell’imperatore straniero. San Giuseppe è vinto, Cesare Augusto è il vincitore e Betlemme non riconosce i suoi figli illustri.

«Venne tra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Giovanni 1:11). Maria e Giuseppe, che portano in grembo il Figlio stesso di Dio, vengono rifiutati dalla loro stessa gente e sono quindi costretti a cercare rifugio in una grotta abitata da animali. È dunque nell’intimità e nell’isolamento di quella dimora delle bestie che si svolge l’evento fino a quel momento più importante della storia: il Verbo di Dio fatto carne nel grembo purissimo di Maria viene al mondo.

* * *

Così si comprende la gioia propria della Natività. Una grande solitudine e privazione, ma allo stesso tempo una grande elevazione. Poiché su tale miseria discendevano ricchezze senza nome, ricchezze diverse da tutte le altre sulla faccia della terra. Il Dio-Bambino era avvolto in fasce e giaceva in una mangiatoia dove si nutrono gli animali.

Nessuno, tranne quella coppia, è testimone o sa apprezzare questa scena di indescrivibile grandezza.

La gloria più alta è lì presente in un tenero bambino che, piangendo, affamato e infreddolito, tende le braccine verso la madre, chiedendo un po’ di latte o una coperta per coprirsi. E la Madonna sa che è il Creatore ad aprirle le braccia! Il Sovrano dell’universo piange, implorando un po’ di latte e vestiti caldi!

Possiamo immaginare il contrasto tra l’ambiente soprannaturale e la povertà della grotta. Là il Bambino Gesù è adorato da tutti gli angeli in un magnifico coro, la corte celeste che celebra la festa più grande fino ad allora. Angeli e Arcangeli, Cherubini e Serafini, tutti con straordinario fulgore danno gloria a Dio attraverso la Natività. Quella gloria permea discretamente la grotta, perché è necessario che chi sta fuori non se ne accorga, che solo le anime di fede percepiscano ciò che accade e solo nell’intimità. La Madonna è lì sdraiata e prega come l’anima più perfetta nella storia dell’umanità, fatta eccezione solo per la Persona divina di Nostro Signore Gesù Cristo.

Perché solo la Madonna vale più di tutte le anime che l’hanno preceduta, durante il suo tempo e dopo; più di tutti coloro che sono esistiti, esistono ed esisteranno fino alla fine del mondo. Lei sola vale più di tutti gli angeli.

Poco distante, in preghiera al Dio-Bambino e alla Madonna, c’è l’umile ebanista, il principe deposto, oscurato dalla storia e dalle sventure capitate ai suoi avi. Quell’uomo ha ricevuto un onore non proprio di nessun altro: è stato scelto per essere lo sposo della madre del Verbo Incarnato, il padre adottivo dello stesso Figlio di Dio!

* * *

Ciò avviene a mezzanotte, quando nel mondo antico si muoveva poco. Possiamo immaginare il silenzio, l’abbandono. Gli abitanti della vicina città di Betlemme riposano comodamente nei loro letti. Fuori, anche il bestiame dorme mentre nasce il Divino Bambino. Tutto è vuoto e regna l’oscurità. Solo all’interno di quella grotta tremola una piccola luce. C’è solo quella coppia, loro e il Bambino Gesù, il Re dei secoli, lo stesso Dio-Uomo.

Questo evento divino avviene davanti a pochi. Il più grande degli onori nasce e risiede interamente in un fragile bambino. L’evento storico più importante fino a quel momento si svolge in segreto. In modo tale che gli unici testimoni di quell’augusta scena desiderano meditare, restare in silenzio, con più desiderio di sentire dentro di sé la Natività che di proclamarla a voce alta e chiara. È l’affettuosa riverenza di chi si sente inadeguato a rendere gratitudine per l’onore straordinario di toccare, in modo così intimo, un mistero così alto, unita alla pietà e alla compassione per un Dio che ha accettato di farsi così piccolo. Come esprimere un rispetto così grande da avvicinarsi al timore, e una tenerezza così profonda da sembrare quasi liquefare l’anima? Alta venerazione, poi alta adorazione, infine alta tenerezza.

Ciò sembra spiegare anche l’aspetto notturno della Natività. Non possiamo concepirlo se non di notte. Perché è necessaria l’oscurità per irradiare una luce così discreta. Vi troviamo la gioia caratteristica del Natale che esita ad espandersi per paura di perdere la sua delicatezza e intimità.

* * *

Si capisce così perché canti natalizi come “Stille Nacht” (“Silent Night”) vengono solitamente cantati a bassa voce, quasi come se fossero se stessi. Sono cantati come se non volessero risvegliare Gesù Bambino. Questo è un aspetto del genio di “Stille Nacht”, composta da un semplice maestro di scuola tedesco nel secolo scorso, ma oggi il canto natalizio più importante di tutte le epoche. Udendolo abbiamo l’impressione che il coro sia in un angolo della grotta di Betlemme. Il coro canta con tanta emozione, quasi non può farne a meno, ma a voce molto bassa, per non disturbare il Divino Bambino né l’ineffabile e quasi interiore canto con cui la Madonna culla suo Figlio.

In questo modo si comprendono le mille prelibatezze che emanano da “Silent Night” e la tenerezza del Presepe. È un canto che esprime una sorta di compassione per Colui che viene celebrato: quanto è piccolo questo Dio infinito; quanto infinito questo piccolo Dio!

Sono stati necessari secoli di civiltà cristiana perché il più celebre dei canti natalizi potesse sbocciare come un fiore nella Chiesa cattolica.

Plinio Corrêa de Oliveira 22 dicembre 2009

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